DAL PRINCIPIO DELLA CAMERA OSCURA ALLA PRIMA FOTOGRAFIA DEL MONDO

Storia della fotografia di architettura | 1

La prima immagine permanente del mondo è una fotografia di architettura, la realizzò Joseph Niepce (1765-1833) con una camera oscura fatta in casa e con un’esposizione di diverse ore. Da quel momento le storie di architettura e fotografia si sono mutuamente intrecciate. I due campi sono infatti interdipendenti e, solo guardando al passato, possiamo comprendere e valutare le tendenze contemporanee nel loro contesto storico, partendo dagli inizi della tecnologia fotografica nel diciannovesimo secolo e analizzando i diversi modi in cui le città e l’architettura sono state rappresentate nei decenni successivi.

Ma proviamo a fare un ulteriore passo indietro, è l’invenzione della camera oscura che segna indiscutibilmente l’inizio della fotografia moderna. La camera oscura, anche detta camera ottica o fotocamera stenopeica, è un dispositivo ottico composto da una scatola oscurata con un foro stenopeico sul fronte e un piano di proiezione dell’immagine sul retro. Dirigendo questo forellino verso un soggetto ben illuminato, sulla parte opposta si forma l’immagine, più piccola e capovolta, del soggetto stesso, che può essere quindi osservato. Questo apparato, i cui principi governano ancora quasi ogni area della fotografia, era molto diffuso all’inizio del diciannovesimo secolo e serviva come strumento d’ausilio agli artisti che intendevano disegnare e riprodurre scene di paesaggio durante i loro viaggi.

Il principio della camera oscura viene già citato sul finire del quinto secolo a.C. dal filosofo cinese Mo-Ti (470 a.C.-391 a.C.), che parla di “luogo di raccolta”, riferendosi alla stanza buia in cui era stata proiettata l’immagine capovolta. In seguito tale principio fu utilizzato da Aristotele per osservare le eclissi solari e lunari, fino a quel momento infatti la camera oscura veniva utilizzata come strumento per osservare il mondo, non per raffigurarlo.

All’astronomo arabo Alhazen (956-1038), ispiratosi agli studi aristotelici, si deve una delle prime descrizioni dettagliate del funzionamento della camera oscura, in particolare del funzionamento fisico del rovesciamento dell’immagine. Alcuni secoli più tardi il principio della camera oscura viene ripreso non più per osservare gli astri ma come ausilio e base per spiegare diversi fenomeni ottici, tra i quali la simulazione del comportamento dell’occhio umano.

Gli studi di Leonardo da Vinci (1452-1519) e del monaco benedettino Francesco Maurolico (1494-1575) vanno in questa direzione.“ Negli anni successivi a questi studi la camera oscura subì delle importanti modifiche finalizzate a migliorare l’immagine che veniva proiettata attraverso il foro: nel 1550 il matematico, medico e astrologo italiano Girolamo Cardano (1501-1576) introdusse una lente convessa per concentrare la luce e aumentare la luminosità; nel 1568 Daniele Barbaro (1514-1570) aggiunse un diaframma per ridurre le aberrazioni; nel 1591 Giovanni Battista della Porta (1535-1615) descrisse un apparecchio con lente per rendere le immagini più nitide e accennò anche alla possibilità di uno specchio concavo per far sì che fossero diritte.” [Nota 1]

Fino al diciassettesimo secolo, tuttavia, per visualizzare l’immagine proiettata gli osservatori dovevano ancora entrare in una stanza. E’ nel 1686 infatti, che Johann Zahn (1641-1707), inventore tedesco, parla nel libro “Oculus Artificialis Teledioptricus Sive Telescopium” della prima camera oscura portatile. Da questo momento quindi la camera oscura è più leggera e maneggevole, ma solo con successivi esperimenti sarà pronta per fissare automaticamente le immagini sul foglio sul quale esse vengono proiettate.

“L’invenzione della fotografia è spesso descritta come un’inevitabilità storica derivante dai progressi dell’ottica e della chimica. In effetti, sarebbero trascorsi circa duecento anni tra l’invenzione della camera oscura portatile e l’ascesa della fotografia. La conoscenza dell’umanità della chimica si basava su un gran numero di osservazioni individuali piuttosto che su una metodologia generale. Sebbene Alberto Magno (1206-1280) abbia notato già nel tredicesimo secolo che i sali d’argento erano sensibili alla luce, questo non divenne molto noto fino al 1727, in un documento del medico tedesco Johann Heinrich Schulze.” [Nota 2]

Entrano ora in scena quelli che possono essere definiti i tre padri della fotografia: il francese Joseph-Nicéphore Niépce (1765-1833), Louis Mandé Daguerre (1787-1851) e il rivale inglese William Henry Fox Talbot (1800-1877). A Niépce, come abbiamo già accennato a inizio capitolo, è dovuta la prima fotografia, datata 1826: a essere ritratto è il panorama visibile dallo studio del fotografo, con vari tetti e fabbricati edilizi. [Immagine 2] La qualità dell’immagine, riprodotta ovviamente in bianco e nero, è molto povera ed è compromessa dai contorni poco nitidi e dall’inadeguatezza della messa a fuoco. Fu, in ogni caso, un’opera rivoluzionaria, trattandosi della prima immagine prodotta senza essere direttamente trascritta dalla mano dell’uomo. Ci vollero ben otto ore di posa per registrare questa immagine e, dalle ombre poco coerenti dell’immagine, possiamo notare il percorso che fece il sole in quella giornata. Il procedimento di Niépce viene chiamato eliografia, dal greco helios (sole) e gràphein (disegnare).

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STORIA DELLA FOTOGRAFIA DI ARCHITETTURA
[Nota 1: NIKON SCHOOL, Dalla preistoria della fotografia al 1839, M. ROVERE (a cura di), reperibile in https://www.nikonschool.it/corso-breve-storia-fotografia/preistoria-fotografia.php ultima consultazione 23 Aprile 2020]
[Nota 2: A. HAUSBERG, A. SIMONS, Construction and Design Manual, Architectural Photography, DOM publishers, Berlino, 2010, p. 16]
[Immagine 1: A. MORELL Principio della camera oscura]
[Immagine 2: J.N. NIEPCE, Vista da una finestra a Le Gras]